L’AI entra negli appalti pubblici: novità e limiti del nuovo approccio ANAC

Con l'aggiornamento del Bando Tipo n. 1 e la pubblicazione del nuovo Bando Tipo n. 2 approvati ad Aprile 2026, ANAC introduce per la prima volta un riferimento esplicito all’utilizzo di sistemi di Intelligenza Artificiale negli appalti pubblici.

Si tratta di una novità molto rilevante e, soprattutto, di un segnale positivo. Per la prima volta il tema dell’AI entra formalmente nella documentazione di gara, viene affrontato in modo esplicito e viene collegato a responsabilità professionale, supervisione umana, trasparenza e compliance normativa.

L’intento del Bando appare assolutamente condivisibile: evitare utilizzi incontrollati, preservare la centralità del professionista, garantire verifica e controllo umano, assicurare conformità rispetto ad AI Act e GDPR. ANAC sceglie inoltre un approccio pragmatico e non ideologico: non vieta l’uso dell’AI, non demonizza l’innovazione e riconosce implicitamente che strumenti intelligenti possano supportare ed efficientare attività progettuali e analitiche. È probabilmente uno dei primi segnali concreti di una futura governance dell’AI negli appalti pubblici italiani.

Tuttavia, proprio questa importante apertura evidenzia alcune criticità operative e interpretative che meritano attenzione.

Il problema non è “usare AI”

L’attuale formulazione del Bando richiede agli operatori economici di dichiarare:

  • se abbiano utilizzato sistemi AI;
  • quali sistemi siano stati utilizzati;
  • e che l’utilizzo sia avvenuto garantendo prevalenza del lavoro intellettuale umano, controllo dei risultati e conformità normativa.

Il principio è corretto. Ma nella pratica emerge immediatamente una domanda:

cosa significa realmente “utilizzare AI”?

Prendiamo un caso molto concreto. Uno studio di ingegneria utilizza AutoCAD, Revit, piattaforme BIM, Microsoft 365 e strumenti cloud. Molti di questi software integrano già algoritmi intelligenti, automazioni avanzate, suggerimenti predittivi e funzionalità AI native.

Lo studio sta usando AI?

E soprattutto:

  • deve dichiararlo?
  • anche se il professionista non utilizza direttamente funzioni generative?
  • anche se potrebbe non sapere quali componenti AI siano integrate nel software?

Questa ambiguità è destinata ad aumentare rapidamente, perché l’AI non sarà più uno strumento separato: sarà incorporata in quasi tutti i software professionali.

Nel giro di pochi anni sarà probabilmente impossibile distinguere chiaramente tra “software tradizionale” e “software con AI”. Per questo motivo, una dichiarazione binaria — “uso AI” oppure “non uso AI” — rischia di diventare formalistica, poco verificabile e tecnicamente poco significativa.

Molti operatori economici potrebbero addirittura adottare approcci difensivi, dichiarando di non usare AI semplicemente per evitare contestazioni o zone grigie normative.

Il vero tema dovrebbe essere un altro

Probabilmente il focus regolatorio non dovrebbe essere:

“quali strumenti hai usato”

ma:

“come garantisci affidabilità, controllo e responsabilità del risultato finale”.

Questa è la vera questione centrale. Perché il problema non è l’esistenza dell’AI, ma l’assenza di supervisione, la mancanza di verifica, l’automazione incontrollata e l’assenza di responsabilità professionale.

Anche un’offerta prodotta senza alcun utilizzo AI può contenere errori, essere incoerente o risultare scarsamente verificata. Viceversa, un’offerta sviluppata con strumenti AI potrebbe essere sottoposta a rigorosa revisione tecnica, validata da professionisti e risultare più accurata e meglio documentata.

Il vero elemento centrale, quindi, dovrebbe essere la qualità del processo di validazione finale, più che la semplice presenza o assenza di AI nel processo.

Dalla “dichiarazione AI” alla “governance del risultato”

Un approccio più sostenibile potrebbe richiedere agli operatori economici di dimostrare:

  • supervisione umana effettiva;
  • verifica tecnica degli output;
  • tracciabilità delle modifiche;
  • responsabilità professionale finale;
  • utilizzo controllato degli strumenti AI materialmente rilevanti.

Si tratterebbe di un approccio più realistico, tecnologicamente neutrale e sostenibile nel tempo.

La questione, peraltro, non riguarda solo gli operatori economici. Anche i RUP e le stazioni appaltanti si troveranno presto davanti a problemi molto complessi:

  • quali strumenti considerare AI;
  • come verificare le dichiarazioni;
  • come distinguere AI di supporto da AI sostitutiva;
  • come valutare realmente il controllo umano.

Oggi mancano criteri standardizzati e il rischio è quello di creare interpretazioni molto differenti tra amministrazioni diverse.

Come AssistenteRUP può aiutare

In questo scenario, piattaforme intelligenti di supporto al RUP potrebbero diventare fondamentali.

Un sistema come AssistenteRUP potrebbe aiutare ad analizzare automaticamente le dichiarazioni AI, individuare incoerenze o omissioni, standardizzare checklist di conformità e supportare il RUP nella valutazione documentale.

Ma soprattutto potrebbe aiutare a spostare l’attenzione:

  • dalla semplice dichiarazione di utilizzo AI;
  • alla qualità dei processi di controllo e validazione adottati dall’operatore economico.

Questo consentirebbe di affrontare il tema in modo più concreto, riducendo formalismi e concentrandosi maggiormente sull’affidabilità effettiva del risultato finale.

Il Bando ANAC apre una discussione importante

Il nuovo Bando Tipo rappresenta probabilmente il primo vero tentativo di affrontare il tema dell’AI negli appalti pubblici italiani in modo concreto e operativo, e va riconosciuto per il suo valore.

Ma proprio questa apertura rende evidente un punto fondamentale:

nel prossimo futuro il problema non sarà più capire “chi usa AI”.

Il vero tema sarà capire:

  • come viene governata;
  • come vengono verificati gli output;

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